|
La storia del Pulo inizia nel periodo neolitico
(X millennio a.C.) e precisamente nella "mezzaluna fertile",
territorio dal quale gli uomini preistorici si sono spostati
in Jugoslavia, poi in Albania, giungendo, quindi, fino al
Gargano attraverso le isole Tremiti, che hanno costituito
un ponte tra l'Italia e i Balcani. I territori frequentati
dall'uomo dal neolitico sono quelli della dolina e in particolare
modo la parte settentrionale, scavato per la prima volta dal
Mayer, un archeologo tedesco. Questi, infatti, su incarico
della Commissione d'Archeologia di Bari, negli anni 1900-01,
esegui degli scavi, della profondità di qualche metro,
allo scopo di studiare la località dal punto di vista
archeologico. Vi rinvenne, commisti a terra, frammenti di
vasi preistorici, asce di pietra levigata e di basalto, punzoni,
frecce. Nell'area del Pulo si possono distinguere due tipi
di stazioni:
-
a) Stazione superiore costituita
dal villaggio preistorico i cui resti, prevalentemente
fondi di capanne, sono stati rinvenuti nella dolina
-
b) Stazione inferiore costituita
dalle grotte e dalle caverne che si trovano nella depressione
del Pulo propriamente detta.
Le capanne erano a pianta quadrata, generalmente
interrate di qualche centimetro per meglio resistere alle
intemperie ed erano formate da una serie di pali uniti con
lo sterco che rendeva impermeabile la struttura. Il tutto
era ricoperto da paglia e da pelli d'animali. Quando si riscontrava
qualche sintomo di rottura nella struttura complessiva della
capanna si cercava di congiungere i pali con delle cordicelle.
Successivamente quando l'uomo si avvicinò alla pratica
della pastorizia fu costretto ad allontanarsi dal villaggio
durante il periodo della transumanza e per difendersi dalle
intemperie si rifugiava nelle grotte, dove trascorreva anche
la notte. Accanto al centro abitato vi era la necropoli, luogo
in cui avveniva la sepoltura dei defunti. Le tombe potevano
avere forma ellittica o circolare, erano circondate da pietre
che avevano la funzione di delimitare e definire la forma
della tomba. In esse il defunto era collocato in posizione
fetale per ricordare il momento della nascita. Solitamente
le tombe avevano una piccola insenatura nella quale erano
posti i piedi del defunto, se invece si trovavano vicino a
rocce o massi i piedi del morto erano posti a cassettina tra
la roccia ed il corpo stesso. Il cranio del defunto era riempito
con dell'ocra rossa e accanto al cadavere erano posti tutti
gli oggetti che questi aveva utilizzato in vita. Il tutto
era ricoperto con terreno di colore diverso rispetto a quello
originario.
Per quanto riguarda gli attrezzi d'uso quotidiano,
bisogna ricordare che, nella loro costruzione, i neolitici
molfettesi risentirono molto dell'influenza dei popoli garganici
coi quali avevano contatti. L'attrezzo ergologico pių comune
era la lama di selce, utilizzata in agricoltura e nella caccia.
La lama si otteneva levigando accuratamente il nucleo.
Un altro utensile in lama di selce e la cosiddetta
palla di selce. Questo strumento
era utilizzato per la lisciatura e la lavorazione della lama.
Questo compito era affidato alle donne, che rimanevano nelle
capanne,
mentre gli uomini si dedicavano ai lavori esterni.
Per quanto la ceramica, quella del Pulo ha
uno stile di lavorazione molto particolare ed originale, pur
non mancando elementi in comune con i vasi di creta dell'Egeo
e quelli rinvenuti a Taranto, Matera e a Cagliari, a detta
degli studiosi, questo stile č uno dei pių antichi d'Europa.
L'argilla adoperata era piuttosto chiara e
l'impasto era spesso misto a terra e carbone. La ceramica
era la materia prima per la fabbricazione dei vasi e d'altri
utensili d'uso domestico. La cottura dei vasi avveniva sul
fuoco e questi erano posti uno sull'altro a formare una pila;
questa tecnica presentava tuttavia qualche piccolo inconveniente.
I vasi alla base della pila a contatto col fuoco spesso si
carbonizzavano mentre quelli alla sommità non si cuocevano
perfettamente. I vasi non venivano utilizzati tutti alla stessa
maniera, e ciò e dimostrato dalle diverse colorazioni.
Infatti, un vaso adoperato per uso domestico, per fini pratici,
non aveva decorazioni, o al massimo aveva decorazioni molto
semplici. Diversamente, se il vaso aveva funzioni unicamente
estetiche poteva essere variamente dipinto. Inizialmente le
decorazioni erano effettuate con l'ausilio delle dita delle
mani, grazie alle quali si potevano creare piccoli motivi
ornamentali, eseguiti il pių delle volte dalle donne che trascorrevano
la maggior parte della giornata presso le loro abitazioni.
Le impronte lasciate sui vasi erano, pertanto molto piccole
e le incisioni
e sottili. Le decorazioni potevano essere anche realizzate
attraverso delle stecche oppure attraverso un particolare
mollusco (cardium) che imprimeva alla superficie del vaso
una linea curva. I primi reperti offrono l'immagine di una
decorazione asintattica, che ricopre interamente il vaso.
A questo tipo di decorazione si andrà man mano sostituendo
una grafica meno fitta ma sempre precisa ed elaborata. Inoltre
la ceramica č ricca d'ornamenti con tratti e punti a tumulo,
con tratti che formano linee ondulate e dentellate, con delta
e tratti impressi con le dita o con l'impiego di un punzone
per la serpentina. Successivamente tra la metà del
IV millennio e l'inizio del V, la ceramica inizia ad essere
dipinta. I colori utilizzati sono di natura vegetale e sono
essenzialmente due: il rosso e il nero. Le
decorazioni
ricordano motivi geometrici, come cerchi, quadrati, rombi,
oppure in qualche caso tendenti al motivo a fiamma o disposte
a chevron.
|